Dizionario di arte e filosofia

Picasso

Non credo sia mai esistito un altro pittore che abbia goduto di una fama simile a quella di Picasso.
Mi sembra che inizi con lui quel tipo di divulgazione culturale che rende popolare ii nome di un artista di cui s'ignorano l'opera e il suo significato.

Superato ormai il centenario della nascita e le molte celebrazioni, a parlarne oggi si ha una piacevole sensazione d'inattualità, un'impressione sfumata di passato. Forse ora si può cominciare a capire chi è stato e quello che ha rappresentato nell'arte moderna, superando ii fascino del personaggio e le valutazioni mercantili che ne fecero una specie di Re Mida.
Quello che m'interessa di lui è la sua curiosità e la libertà con cui è passato da una ricerca ad un'altra sollecitato anche dalle intuizioni d'altri pittori. Indifferente all'originalità di un'idea, è stato capace di appropriarsi di tutto, facendone dimenticare l' origine come può farlo solo un genio o un pirata. Per Picasso, ii soggetto costituiva ii pretesto per divertirsi col linguaggio e le sue articolazioni.



Tutto era buono per risolvere il suo gioco della pittura che richiedeva sollecitazioni continue e lui le ha accettate tutte. Ha fatto sua ogni provocazione: da Velasquez, a El Greco, a Delacroix, a Toulouse-Lautrec, fino ai suoi contemporanei, alcuni quasi sconosciuti, altri noti come Matisse, Cezanne, il nostro De Chirico e molti altri. Si è tanto parlato del suo talento, della facilità e della felice naturalezza che sembrava caratterizzare la sua pittura.


A me invece é parso di capire che alcuni suoi quadri rivelassero il "divertimento"di una grande fatica, testimoniata dai continui tentativi di risolvere ed esitazioni, con ripensamenti. Del resto Apollinaire che lo conosceva ne ha scritto con acutezza nelle sue sceva più d'ogni altro che" sui pittori cubisti. "Meditazioni Esteti Scrive che "esistono artisti la cui mano è diretta da un essere sconosciuto che si serve di loro come di uno strumento". Per questi poeti e pittori non esiste fatica, possono produrre moltissimo continuamente, in qualunque paese e in qualunque momento. Non sono uomini, ma strumenti artistici. Nelle loro opere non c'è alcuna traccia di lotta, sono dei "prolungamenti della natura".

Ma il loro lavoro non passa attraverso l'intelligenza, possono essere commoventi, senza che la commozione che suscitano si sia "umanizzata". Questi, sono artisti che hanno talento; ii talento, infatti, che si traduce in brillante immediatezza e in facilità d'espressione prescinde dall'intelligenza e non ha tentennamenti. Altri artisti, al contrario non hanno alcun demone omusa che li ispira, ii loro lavoro è frutto della propria testarda passione, in balia della quale, tra molti sforzi e continui tentativi, qualche volta riescono nel loro intento, i loro percorsi sono disseminati di "sbagli", "approssimazione" e "fatica", eppure sono questi soltanto gli uomini creati "ad immagine di Dio," dice Apollinaire. Picasso era nato con un notevole talento, come i primi citati da Apollinaire, per questo è tanto straordinaria la metamorfosi che gil ha consentito di diventare un artista con tanti problemi e difficoltà come i secondi. Questo aspetto della sua avventura artistica non noto alla grande massa di persone che lo hanno amato e odiato con passione sentimenti dei quali era certamente consapevol.


C'è un proverbio spagnolo che dice: "Se un conoscitore di critica, è spiacevole per te, se la folla ti applaude, è peggio", a questo proposito mi piacerebbe raccontare una piccola storia che riguarda la visita di Picasso a Roma nel 1953. Nel clima di quegli anni del dopoguerra questo pittore, non rappresentava soltanto una concezione "estetica", ma era anche una bandiera ideologica. Da una lettera del Senatore Eugenio Reale (responsabile per la cultura del PCI) neIl'estate del 1952, si capisce chiaramente it suo peso politico e la sua importanza pubblica: "...una grande esposizione in Italia del maggj0 pittore della nostra epoca, che non a caso è un militante comunista, ci sara utile da tanti punt' di vista..." "...il fatto stesso che voi, compagno Picasso, abbiate accettato è la prova della vostra attiva simpatia e del vostro intuito politico". Molti giovani sprovveduti erano partiti per Parigi, per vedere i suoi quadri, sperando anche d'incontrarlo.


Altri, più informati, erano andati a Vallauris dove Picasso faceva le ceramiche che cuoceva nei forni di Madoura. In quegli anni, oltre al tanti vasi e piatti aveva scolpito quella "capra" per la quale Eluard scrisse uno straordinario poema. Tutti erano galvanizzati dal clima d'entusiasmo e di ammirazione che lo circondava e che il suo particolare magnetismo alimentava. I meno giovani lo copiavano, o perlomeno si rifacevano alle sue esperienze più note note, provocando anche ilarità come la battuta di Mazzacurati che definì le opere di Guttuso delle "picassate alla siciliana'. In questa atmosfera, nella primavera del 1953, si inaugurò a Rorna, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, la prima mostra retrospettiva di Picasso, voluta dal senatore Reale, organizzata e finanziata dal PCI.



Una mostra che spazzò via rapidamente gli ultimi baluardi delta pittura tradizionale e fece sentire tutti gli imitatori apparenternente meno provinciali. Per festeggiarlo fu organizzata una cena, che avrebbe dato anche l'occasione di avvicinarlo e conoscerlo meglio, in una trattoria, frequentata assiduamente da molti artisti per la generosa comprensione del proprietari.


Tra gli invitati c'era Clotilde, una bellissima donna, moglie di un pittore che attrasse l'attenzione del maestro con la sua prorompente bellezza mediterranea. L'aveva guardata con motto interesse per tutta la sera, forse per alleggerire la pesantezza delle celebrazioni, inesorabilmente retoriche. Dopo molte insistenze di tutti i presenti, si capì che le avrebbe fatto un ritratto. Improvvisamente il tavolo fu letteralmente sommerso da album da disegno, pastelli, matite e colori di ogni genere, che furono regolarmente ignorati. Il maestro, con calcolata e consumata teatralità, estrasse dalla tasca un piccolo taccuino e una matita, con la quale cominciò a disegnare ii volto delta bellissima Clotilde.
Il gesto che sorprese tutti fu la ricerca, nelle tasche delta giacca, di un pezzetto di gomma da cancellare.


Disegnava cancellava, correggeva e ripassava il segno, come avrebbe fatto qualunque studente d'accademia. Il bel disegno, molto somigliante ed eseguito con cura accademica smentì d'un sol colpo tutti i discorsi trionfantistici che avevano preceduto la cena, dai quali era emersa con molta enfasi, la figura dell'artista rivoluzionario e progressista che aveva finalmente sgombrato l'arte moderna dall'odiata tradizione. Quando fini di disegnare, si rimise in tasca taccuino, matita e gomma, lasciando sbalorditi e delusi quanti avevano sperato di tornare a casa con uno schizzo del grande maestro, firmato e magari dedicato.


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