L’invenzione del negativo

Quando, il 12 gennaio 1839, la Literaty Gazette inglese diede notizia dell'invenzione di Daguerre, il trentanovenne Fox Talnot fu costretto a cambiare i suoi programmi.

 

Questi era uno scienziato che toccava con estrema familiarità i territori della matematica, della botanica e della filologia: uno di quei rari uomini in cui la vastità della cultura viene a coincidere con un'intelligenza pratica e penetrante.

Fu costretto a mettere da parte ogni altro impegno e riprendere in mano le sue ricerche sulla fotografia, cominciate nel gennaio del 1834.

 

E' molto probabile che Talbot avesse capito sin dal primo momento che la tecnica usata da Daguerre non fosse quella seguita da lui: nell'articolo della Literary Gazette, infatti, si parla di lastre di rame e non di fogli di carta. Nondimeno, egli cercò di rivendicare la proprietà dell'invenzione, presentando, il 25 gennaio, nella biblioteca della Royal Institution una serie di disegni fotogenici, alcuni negativi su carta della casa di campagna dello stesso Talbot, eseguiti nel 1835, nonché - secondo quanto riporta la Literary Gazette del 2 febbraio - alcuni disegni fotogenici stampati in positivo.

 

A quella data, anche se a un livello tecnico ancora rudimentale, Talbot aveva realizzato il suo sistema negativo-positivo, vale a dire il metodo fotografico oggi più comunemente usato. Nel corso dei mesi successivi non fece altro che perferzionlarlo.

 

Tutto era cominciato nel 1834, dopo una vacanza italiana, durante la quale l'incapacità di disegnare lasciò frustrato il suo forte desiderio di riprendere la bellezza dei luoghi.
«All'inizio dell'ottobre 1833, sulle rive del lago di Como, in Italia, mi sono divertito a fare gli schizzi con la camera lucida di Wollaston, o meglio tentavo di farl. [...] Dopo diversi inutili tentativi misi da parte lo strumento e... pensai di riprovare un metodo che avevo già cercato di sperimentare molti anni prima».

«Così, nel suo The Pencil of Nature, Talbot ricorda l'idea di dedicarsi all'inimitabile bellezza delle immagini dipinte da sole.»

 

Tornato in Inghilterra cominciò a fare esperimenti per fissare le figure della camera oscura, usando come supporto un foglio immerso in una soluzione di sale da cucina e poi passato in una soluzione di nitrato d'argento. Si formava così sulla carta una base di cloruro d'argento, sensibile alla luce e, al tempo stesso, insolubile in acqua.

 

Sul foglio di carta in questo modo emulsionato, Talbot pose una foglia premuta da una lastra di vetro e lo espose alla luce. Lentamente, nelle parti lasciate scoperte dalla foglia, la carta diventava scura, mentre nelle altre rimaneva bianca. Alla fine dell'esposizione immerse il foglio in una forte soluzione sale, oppure di bromuro o ioduro di potassio. Questo tipo di fissaggio non era però definitivo e venne successivamente abbandonato da Talbot, su consiglio delle scienziato John Herschel, il quale suggerì di usare il trisolfato di sodio, allora detto iposolfito. Ma ciò avvenne soltanto dopo la notizia dell'invenzione di Daguerre.

 

Sin dai primi esperimenti Talbot scoprì che se la carta usata è trasparente, l'immagine ottenuta può essere, con la stessa tecnica, rovesciata, ottenendo così un positivo. Nonostante questo, dopo circa un anno di esperimenti, Talbot, forse scoraggiato dall'inadeguatezza del fissaggio da lui usato, abbandonò le ricerche, per dedicarsi a «questioni più impellenti» e con l'idea comunque di ritornarvi.

 

I suoi tentativi fotografici erano fermi a quel punto, quando venne dalla Francia la notizia della dagherrotipia. E cioè a un punto potremmo dire avanzatissimo, raggiunto - bisogna ricordare - in un tempo che, se paragonato alla lunghezza delle ricerche di Niépce e Daguerre, apparve veramente breve.

 

Dopo il suggerimento di Herschel, adottato anche da Daguerre, e la scoperta dell'immagine latente, Talbot, alla fine del 1840, mise a punto il suo procedimento negativo-positivo, denominandolo calotipia, dal greco kalos, bello.